Ha concluso la propria attività ieri il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) di Villa Isabella di Ostuni e 16 persone si ritroveranno senza un lavoro.

Villa Isabella era in attività dal giugno 2016. Sono stati 136 gli ospiti (tutti maschi maggiorenni) che hanno ricevuto assistenza e alloggio in questa struttura. Villa Isabella era stata affidata alla Cooperativa Indaco Service, il cui è presidente Salvatore Miceli, lo stesso che ha deciso, di comune accordo con la Prefettura, di chiudere il Cas Villa Isabella.

I lavoratori ipotizzano che la decisione probabilmente sia scaturita da difficoltà economiche, nate dalla chiusura di un altro Cas, operante nella città di Taranto e gestito dalla stessa cooperativa. I dipendenti hanno vissuto momenti difficili, dai ritardi nei pagamenti all’occupazione della struttura da parte degli ospiti, protesta dovuta al mancato versamento dei famosi “pocket money” per un periodo di 3 mesi. Ma gli operatori, malgrado le difficoltà non hanno perso l’amore per il proprio lavoro e nei loro occhi ieri si leggeva il desiderio di continuare.

Questa storia ci viene raccontata da Silvia Punzi, dipendente della Cooperativa Indaco Service, nel suo ultimo giorno di lavoro. Silvia si arma di coraggio e ripercorre alti e bassi vissuti nel centro di accoglienza, tentando di farsi portavoce di un gruppo di lavoratori che non punta il dito contro nessuno, ma che chiede attenzione da parte delle istituzioni.

Queste persone hanno accolto, condiviso e lottato al fianco degli ospiti di Villa Isabella, hanno creato dei legami forti e duraturi, lo testimoniano i messaggi che tutti i giorni molti immigrati passati dal centro di accoglienza di Ostuni inviano da altre località agli operatori, per mostrare per comunicare il proprio affetto e riconoscenza.

Il fenomeno dell’immigrazione negli anni si sta lentamente riducendo, questo comporta una chiusura dei Cas, ma si trasforma in un problema occupazionale. Perché quel personale impiegato nell’emergenza e quindi nei Cas, non può essere formato per favorire la “vera integrazione”, garantendo ai lavoratori una continuità nello stesso indotto?

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