Ostuni: pensavano fosse “cocaina” e invece era “novalgina”

Brindisi il palazzo della procura e quello del tribunale

Riceviamo e pubblichiamo

É definitivamente chiusa la brutta avventura di cui è stato protagonista Claudio Cesaria, il 32enne di Ostuni, assistito dall’Avv. Gianmichele Pavone, e due ragazze (G.M. 21enne originaria della provincia di Salerno e G.G. 20enne della provincia di Catanzaro), assistite dall’Avv. Francesco Sozzi, accusati ingiustamente di detenzione ai fini di spaccio di droga.

L’uomo aveva accolto in un appartamento sito nella frazione di Villanova le due campane, che necessitavano di un alloggio temporaneo trovandosi in vacanza per alcuni giorni ad Ostuni, e la sera del 28 maggio i tre vedevano piombare in casa, allertati da presunti “schiamazzi”, gli agenti del locale Commissariato di Polizia.

I militari perquisirono l’appartamento rinvenendo in bella vista sul tavolo presente nella cucina un involucro di carta trasparente chiuso grossolanamente a mo’ di cipolla alle estremità con all’interno dei ritagli di carta a righe e a quadretti strappati alla bell’e meglio e piegati a mò di “francobolli” contenenti della polvere bianca che ad un primo esame (c.d. narcotest) era risultata essere sostanza stupefacente, probabilmente cocaina, nonché un normale coltello da cucina e 3 tessere sanitarie, tutte sporche della medesima sostanza, oltre ad ulteriori residui di fogli utilizzati per il confezionamento delle presunte dosi.

Considerato che l’appartamento risultava nella sola disponibilità dell’ostunese mentre le due ragazze erano sul punto di rientrare in Campania, il pubblico ministero di turno del Tribunale di Brindisi, Dott. Pierpaolo Montinaro, disponeva l’arresto del Cesaria in regime di domiciliari, mentre le campane, venivano denunciate a piede libero e potevano ripartire verso casa.

Immediatamente la notizia veniva trasmessa alla stampa ed il Cesaria, onesto lavoratore incensurato, vedeva il proprio nome e le foto dei propri documenti pubblicati sui giornali cartacei e in formato elettronico, ingiustamente accusato di essere un pericoloso spacciatore di cocaina, attribuendogli addirittura il fatto di essere “già noto alle forze dell’ordine”.

In sede di udienza di convalida l’ostunese, assistito dall’Avv. Pavone aveva chiarito da subito che si trattava di semplicissima “novalgina”, acquistata regolarmente in farmacia dalle due ragazze in formato liquido per normali scopi terapeutici e dalle stesse trasformata in polvere con metodi artigianali.

All’esito dell’udienza, tuttavia, il Giudice competente, Dott.ssa Tea Verderosa, in attesa che venisse effettuata una perizia chimica approfondita, non concedeva la scarcerazione attesa, disponendo unicamente dietro richiesta del difensore la sostituzione della misura cautelare degli arresti domiciliari con quella dell’obbligo di dimora.

Nel frattempo al Cesaria veniva impedito di fatto di svolgere ogni lavoro in quanto incompatibile con le prescrizioni connesse a detta misura e tutte le istanze volte ad ottenere i permessi necessari per svolgere l’attività lavorativa indispensabile per il sostentamento dell’indagato venivano rigettate.

I risultati delle analisi chimiche, svolte dai laboratori della Polizia Scientifica di Bari, chiarivano finalmente ogni dubbio: nei campioni analizzati si riscontrava la presenza di “aminopirina”, farmaco con proprietà analgesiche, antinfiammatorie e antipiretiche e di “noramidopirina” detto anche “metamizolo”, farmaco analgesico non steroideo distribuito con il nome commerciale di “Novalgina”, entrambi sostanze non stupefacenti.

Il pubblico ministero, pertanto, ha chiesto la revoca della misura cautelare e l’archiviazione del procedimento penale per tutti e tre gli indagati, che possono finalmente tirare un sospiro di sollievo dopo la fine di un incubo che ha danneggiato inevitabilmente le loro vite e la loro immagine.

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