‘Vittorio Ciraci, l’uomo che creò Ostuni’: intervista inedita di Beppe Moro del 2011

Volantino Spazio Conad Mesagne

L’uomo che creò Ostuni

intervista del 25/06/2011 di Beppe Moro

“Giorno dopo giorno veder cambiare Ostuni, esaltarne le sue eccellenze e tradizioni, aumentare la sua capienza turistica era per noi una gioia.”

foto_CiraciVittorio Ciraci. Un uomo di altri tempi verrebbe da dire. Nella sua vita è racchiusa la storia moderna della città bianca. Quella del dopo guerra. Quella democratica. Del “Programma di Fabbricazione” (antesignano del successivo Piano Regolatore Regionale). Della prima ed unica visita di un Presidente della Repubblica ad Ostuni, Giovanni Gronchi (1957). “Della Fiera Mostra del Ferragosto Ostunese” (1958). Dell’estensione della tessera di povertà da 30 a 350 cittadini ostunesi! Dell’elettrificazione delle campagne di Ostuni e dell’illuminazione del centro storico (’58 – ‘59). Del circolo degli artigiani (1960). Della costruzione di ventisei scuole rurali elementari nelle contrade ostunesi, della scuola media “Nello Orlandini Barnaba”, “San Giovanni Bosco” e 3° circolo. Della via Panoramica e dell’Ospedale civile. Del palazzo delle Poste e Telecomunicazioni. Dell’espansione urbana dei rioni Melogna e Masseriola. Del porto di Villanova. Della Nostra Famiglia e del villaggio S.O.S (1960). Del primo film girato in città “Anni ruggenti” (1962) del regista Luigi Zampa. Del mondiale di ciclismo del ‘76 con Freddy Maertens vincitore sull’italiano Francesco Moser. Dell’ “Ulivo d’argento” – dal 1971 al 1977 – che richiamò in Ostuni numerosi attori e star del cinema, dello spettacolo, grossi nomi dello sport e personalità della politica. Di Rosa Marina e del suo ideatore Max Shachter, del villaggio Valtur di Raimondo Craveri, dell’Hotel Incanto, della “cala di Rosa Marina”, del Grand Hotel e del Pilone.

Cosa sarebbe stata Ostuni senza don Vittorio? Come direbbe proprio lui “dalla tessera di povertà alla costruzione dei villaggi d’elitè ce ne vuole”.

Nato da una famiglia umile nel 1920. Il padre Luigi dovette contrarre un mutuo di nove lire per mantenerlo agli studi ginnasiali. Sin da piccolo si impegnò nel mondo dell’azione cattolica e ne fu subito protagonista. Il primo incontro pubblico risale all’ “evangelizzazione del popolo” in una nutritissima assemblea nella città di Foggia. Un bagno di folla. Applausi a scena aperta per il giovane Vittorio. “Ma io cosa ho fatto per meritare questi applausi?”. Il vescovo della diocesi di Foggia gli si avvicinò e gli chiese: “Ciraci lei è diplomato o laureato?”. “Eccellenza – rispose don Vittorio – non sono ne diplomato ne laureato”. “Vorresti riprendere gli studi?”. “Eccellenza vorrei riprendere gli studi ma non ne ho le possibilità”. “Non si preoccupi” tagliò corto il Vescovo il quale gli affiancò due professori che lo preparano per la licenza di magistrale. Ma la Grande Guerra in modo innaturale fece calare il sipario sulle giovani speranze di don Vittorio. Per sei interminabili anni a cavallo della maggiore età don Vittorio conobbe, da vicino, dapprima la grande guerra e poi l’umiliante e triste esperienza dei campi di concentramento. Due anni, intensi, nelle cave della Germania dell’ovest, nel Westerwald, ad estrarre materie prime. Il 28 aprile del 1945 data indimenticabile. L’arrivo degli americani nella cava di lavoro di don Vittorio al grido “paisà!”. “Distribuirono latte zucchero cacao biscotti pane e scatole di sigarette”. “Ci vediamo domani!” dissero prima di andare via. Il giorno dopo assieme ai suoi compagni di sventura si trovarono in un campo francese. Subì tre processi di guerra tra la Francia e l’Italia. A Milano il primo ricordo da uomo libero. “Ci dettero 20 lire ciascuno. Camminando per la città mi fermai dinanzi ad un uomo che vendeva angurie” (…) “chiesi due fette, per me e per un mio amico, chiesi quanto costassero. Mi fu detto 20 ed io capii 20 centesimi e le mostrai. Ma l’uomo mi guardò e mi disse: cosa me ne faccio di 20 centesimi? Io volevo dire 20 mila lire!”. “Perbacco! – gli rispose don Vittorio – ma noi veniamo dalla guerra!”. A quel punto don Vittorio raccontò la sua storia. All’udire ciò l’uomo lo abbraccio e gli diede le due fette d’anguria senza chiedere nulla in cambio. Ecco il primo ricordo dell’Italia unita e liberata. Siamo a Milano, 1945. Don Vittorio di lì a poco venne fatto salire su di un treno e spedito verso Sud. Verso Bari. Nell’odierno capoluogo pugliese il secondo ricordo. L’incontro con un compaesano, tale don Italo Tanzarella. “Ciraci da dove vieni?” don Vittorio gli rispose “dalla guerra!”, “Madonna santa, vieni…vieni da me, ti offro un’orzata”. Ma le emozioni non finirono lì. Per uno scherzo del destino (?!) don Vittorio rientrò in città nella serata del 27 agosto 1945. Un giorno importante per gli ostunesi. La notte di Sant’Oronzo. Don Vittorio con un filo di emozione ma soprattutto con orgoglio afferma “non dimenticherò mai quella notte”. Il figlio di Ostuni nato per essere il sindaco della città per 20 anni ritorna dalla Grande Guerra nella notte del 27 agosto del 1945. “Quando diventai sindaco non dimenticai mai di onorare il Santo Patrono”.

Dopo sei anni di guerra. Tra la vita e la morte. Tra i campi di guerra e quelli di sterminio don Vittorio riassaporò il calore familiare. Si sentì rinascere. L’impegno politico fu immediato. Di lì a poco si interessò della città e dei cittadini ostunesi. “Oggi mi ripeto spesso che la vita politica fu un calvario. Avemmo coraggio ad affrontare i monarchici e i missini. Loro avevano attorno una ciurma!”. Il carattere temprato dalla lunga esperienza nei campi di concentramento fecero del giovane Vittorio un Uomo dal civismo forte. Nel marzo 1946 le prime elezioni libere. Le vinse la Democrazia Cristiana per una manciata di voti. Cinquantasette. Grazie anche all’aiuto del partito socialista capeggiato all’epoca dall’avv. Giuseppe Tanzarella. Il primo sindaco fu l’avv. Guglielmo Tamburrini.

La prima battaglia politica risale alla scalinata delle Monacelle. Don Vittorio scrisse “un articolaccio” – così lo definisce – per il giornale cittadino dell’epoca. Nel testo difese l’idea di dover ripristinare la scalinata smezzata nel ventennio fascista per volere del podestà, il quale decise di porre lì il locale dove poter custodire la sua carrozza. Don Vittorio raccolse il sentimento del popolo della “terra” e si appellò alla classe dirigente dell’epoca affinché fosse ripristinata la scalinata così come un tempo. “Sferzai a sangue chi aveva permesso un tale misfatto”. Per questo articolo la famiglia di don Enrico Tanzarella mi tolse il saluto. “Per chi come me veniva dalla guerra dava fastidio vedere un obbrobrio del genere”.

Alla domanda: “della città di Ostuni di oggi cosa le piace?” con molta diplomazia risponde “è un po’ difficile dire ciò che piace o non piace, magari le posso raccontare ciò che ho visto io nei lunghi venti anni” (sorride…) e così parte il racconto fatto di aneddoti, flash back, ricordi piacevoli e non. Esordisce così: “si capisce che Ostuni è cambiata! È cambiato il centro storico. Lì abitavano un tempo 10.000 persone. Era un disastro. Quando venne il sindaco di Milano Vozza visitò il centro storico e mi disse: Sindaco guardate che il vostro centro storico è una cosa molto importante! Il mio centro storico impallidisce dinnanzi al centro storico di Ostuni. Per cui quando qualche anno dopo un consigliere comunale affermò in consiglio comunale: “ma perché non si può abbattere il centro storico e impiantare le ciminiere di industrie li”. Io gli risposi in modo fermo e arrabbiato ma lei si è reso conto che il centro storico ha una sua storia, ha una sua importanza? Cosa facciamo, abbattiamo il centro storico per creare le industrie? Per far lavorare 200 300 persone? Il nostro centro storico farà lavorare molte più persone di un insediamento industriale”. La storia in seguito gli ha dato ragione. Ha vinto lui.

Uno dei tanti ricordi del Sindaco è legato a chi straniero di nascita, ma ostunese di adozione, creò i presupposti affinché Ostuni diventasse la città bianca. La perla del turismo del sud Italia. “23 km di costa non sono una cosa da niente”. “Max Schachter era un grande uomo. Fu tradito da alcune persone che lui aveva aiutato moltissimo. I primi approcci furono nel novembre 1956. La gente è un po’ così sa! Si dimenticano facilmente di quello che ricevono. Max Schacter era una persona per bene andò a finire per sino in carcere. Per bacco!” Aggiunge: “Chi dette un impulso del tutto straordinario fu il villaggio Valtur. Quando io fui chiamato per l’inaugurazione del villaggio entrai nell’atrio della struttura e vidi un mondo di persone. Chiesi al dirigente della Valtur quante persone fossero presenti. Mi rispose: 500! Proruppi in un grido di gioia: è fatta! Allora il turismo ad Ostuni finalmente è qualcosa di concreto!” L’organizzazione della Valtur aveva parecchi soci, aveva azionisti eccellenti. Nomi come Alitalia, Fiat, Sara, Aci, Cit, Banque Lambert, Gruppo Sanpaolo, Insud, Club Méditerranée. “Si può dire Valtur diede il via ad una Ostuni diversa. Naturalmente a questi signori: all’economista Raimondo Craveri della Valtur, all’avvocato Schacter di Rosa Marina e a Herman Gmeiner del villaggio S.O.S. conferì la cittadinanza onoraria per quello che avevano creato per l’immagine della città e per gli ostunesi. Si creò tanto, ma tanto, lavoro”.

Un aneddoto da ricordare fu l’incontro con un gruppo numeroso di svedesi che avevano acquistato alcune ville presso Rosa Marina: “la cosa preoccupò moltissimo il governo svedese. Per cui il prefetto mi chiamò per dirmi che era in arrivo l’ambasciatore della Svezia perché era preoccupato che questa colonia non si voleva più spostare da Ostuni e il prefetto mi disse di accompagnare l’ambasciatore a Rosa Marina per incontrare i cittadini. E l’ambasciatore interloquì con questi amici della Svezia. Molto semplicemente gli abitanti svedesi trapiantati ad Ostuni affermarono: “il clima che si vive ad Ostuni noi non lo abbiamo mai vissuto nella nostra patria”.

Uno degli ultimi ricordi della giornata passata insieme è legato a quella famosa notte. Quella di sant’Oronzo. “Da Sindaco ho ingigantito quella notte. C’era qualcuno soprattutto tra i sacerdoti che diceva ma vedi questo qui come si veste? Come un principe!”. “Poveretti – ride sornione il Sindaco – io invece lo facevo solo e solamente per onorare il nostro santo patrono”.

Infine un messaggio ben augurante per la città: “godetevi la vostra terra. Onorate sempre la città di Ostuni e il suo santo patrono”. Un filo di emozione traspare dai suoi occhi. Trattengo difficilmente la mia emozione e lo ringrazio per la giornata passata insieme e per tutto quello che ha fatto per la nostra città.

Intervista e foto di Beppe Moro (che ringraziamo)

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