Angelo Susco racconta il suo nuovo spettacolo realizzato grazie alla preziosa collaborazione di “Persone Speciali”.

Al primo incontro sono stato presentato quale “esperto di teatro”, formula che mi imbarazza sempre un po’, per motivi evidentissimi. Col tempo ho imparato a fare pace con questa definizione: “esperto” è colui che prova, ricerca, e fa esperienza di qualcosa. O, come è accaduto a me, di qualcuno.

Di questo desidero raccontare.
Ecco. Questa storia comincia dalla fine. A metà luglio è andato in scena “Quando torno a casa”, uno spettacolo teatrale nato dalla collaborazione tra l’Associazione Culturale Sindrome di Clown – APS di Ostuni e il Centro Polivalente per la Diversa Abilità “Il Grillo Parlante” di Cisternino.

Molti mesi prima della prima, ho cominciato a lavorare con il gruppo delle persone destinatarie del progetto, che per solo per il momento dirò con disabilità. Gli incontri profondi dimostrano di essere tali quando portano con sè delle domande. È andata così. Mi sono chiesto se il mio fosse un intervento artistico, un’operazione sociale, o entrambi, o nessuno dei due.

Le domande profonde si dimostrano tali solo quando non si aprono alle risposte. Almeno non subito. Col passare del tempo, di mercoledì in mercoledì, si faceva strada la convinzione che stessimo celebrando un antichissimo rito, quello dell’incontro, dello scambio. Come se fosse naturale che noi, proprio noi, stessimo insieme, in una sala colorata, dentro un laboratorio teatrale, intorno al sacro fuoco del vivere in  comune. L’io che sfuma nel noi, senza rinunciare a se stesso. Se non è questo un miracolo piccino, quale?

Che poi abbia a che fare con l’arte, il sociale, o chissà che altro, poco importa.
Ho capito quasi subito di essere parte di una compagnia, secondo il senso etimologico – da cum panis – di condividere, di condividersi. Dividere il pane, il corpo, la voce, l’immobilità, lo spazio, l’emozione, il sorriso, la fragilità, la paura, un altro sorriso, il coraggio, l’ioposso, l’alloranchio, l’alloradipiù. Un filo di voce,
un filo di luce, annodati per indicare con un dito il cuore pulsante di un universo possibile.

Abbiamo dato respiro ad una sorta di primavera miracolosa: ho visto fiorire le persone del Grillo; le ho viste esplodere di colori accesissimi e di delicatezza, le ho viste crescere come gambi, aprirsi come corolle, muoversi appena come petali. Il Teatro ci ha raccolto come fiori, ci ha preso per mano, ha messo le nostre le une nelle altre, fino a creare un grande cerchio – una ghirlanda si direbbe – dentro il quale semplicemente le persone accadono, come fa maggio.

Durante le improvvisazioni abbiamo giocato, riso a crepapelle, ci siamo commossi, abbiamo inventato altri dove, altri quando, altri come, senza mai chiederci perché. Abbiamo scoperto l’Altro, l’Altrove, l’Altrimenti; scoperte le interiorità, abbiamo messo a nudo le fragilità, e tutto è diventato risorsa, ironia, sguardo senza giudizio, profondità, qualcosa che per brevità si dirà amore.

Persone con disabilità si diceva… è ancora possibile usare parole di un vecchio alfabeto, dopo che lo si è trasceso; dopo che ne abbiamo inventato un altro? E allora… Persone con affidabilità, con affettuosità, con amabilità, con atemporalità, con autenticità, persone con benignità, con biodiversità, con bontà, persone con caparbietà, con capillarità, con credibilità, con complementarità, con creatività, con curiosità, persone con densità, con dilatabilità, con disponibilità, con dubbiosità, persone con eccezionalità, con essenzialità, persone con familiarità, con fedeltà, con felicità, con fertilità, con fraternità, persone con generosità, con genialità, con giocosità, con gratuità, persone con immensità, con impalabilità, con incomparabilità, con intensità, con interiorità,  persone con lealtà, con libertà, con luminosità, persone con maestosità, con molteplicità, con musicalità, persone con navigabilità, con nevosità, con nobiltà, persone con onestà, con operosità, con originalità, persone con permeabilità, con possibilità, con prosperità, persone con qualità, con quantità, con
quotidinità, persone con rarità, con responsabilità, con ritualità, persone con sensibilità, con sincerità, con straordinarietà, persone con tattilità, con tranquillità, persone con umiltà, con unicità, con utilità, persone con vastità, con vitalità, con vulnerabilità. Persone, insomma, con gli accenti sull’ultima sillaba.

La sensazione è quella che queste persone spesso non sappiano fare le cose, solo perché nessuno glielo ha mai veramente chiesto. Dario dice che da quando fa teatro «anche la vita fuori sembra meno difficile, diversa». Lui e tutti i suoi compagni e compagne, dopo mesi di lavoro, rispondono iosonounattore (o unattrice), alla domanda chiseitu. E io profondamente credo che sia così.

Dalle nostre reciproche meraviglie è nato “Quando torno a casa”: è la storia di un portiere, custode di una palazzina senza numero civico, guardiano di una porta che porta alle solitudini dei condomini, inaccessibili eppure immaginate come proprie. È il racconto della strada che soffia via un’anima, che
dopo aver scoperto la differenza tra distanza e lontananza, tra cura e protezione, abbandona il senso di prossimità, si appropria del significato di vicinanza, e infine fa ritorno a casa.

È uno spettacolo di cui ho curato scrittura e concezione, ma che è stato impreziosito via via dai contributi spontanei come fiori spontanei delle persone che vi hanno preso parte. Vorrei dire g r a z i e a quanti hanno creduto possibile qualcosa che avevamo solo immaginato. Per tutti i doni, per la fiducia nell’aver seguito me anche quando non conoscevo il sentiero.

Grazie.
A Sarah e a Fabiana, per il sostegno, forte e presente al punto da essere impalpabile.
Ad Anna e ad Anna Maria, per la disponibilità dei loro cuori.
A Vincenzo, per aver reso la tenerezza qualcosa che si può toccare.
A Giuseppe, per le postvisioni meteo e per la semplicità della sua anima lieve.
A Palma, per aver indicato col dito quel che non possono le parole.
Ad Antonio, per la delicatezza dei suoi silenzi.
A Teo, per gli occhi chiusi prima d’ogni cosa, poi aperti sulle profondità del cielo.
A Filomena, per la danza delle mani, per quella dei pensieri.
A Marisa, per l’imprevedibilità della voce.
A Dario, per la gioia del fare, per il contagio della felicità.
A Pasquale, per la sua fiducia nelle cose che non sa ancora.
A Lorenzo, per le geografie tracciate sulle carte nautiche invisibili.
A Giovanni, per i riflessi interiori.
A Nicla, per l’esattezza con cui ama.
A Vito, per le porte spalancate e i cassetti socchiusi.
A Manuela, alla Cooperativa Genesi, al Ciisaf, per la preziosa possibilità.