Uno scontro treno tir a Cisternino sei anni fa e alla guida del treno un macchinista che quel giorno non doveva neppure essere lì.

Ma all’ultimo momento aveva sostituito un collega ai comandi dell’Eurostar Lecce-Roma. Correva a 145 all’ora quando davanti a sé vide un tir fermo di traverso sui binari: l’autista rumeno aveva attraversato il passaggio a livello di Cisternino non curante del semaforo rosso e rimanendo incastrato tra le barriere. Otto secondi dall’impatto: mettendosi a correre verso la prima carrozza, Giuseppe Campanella avrebbe potuto aver salva la vita. Invece tirò il freno, azionò la tromba. Aveva a bordo 200 persone: solo 20 feriti lievi. Lui, il macchinista, fu invece trovato schiacciato tra le lamiere della porta di accesso alla cabina di guida. Lo Stato ha detto che Campanella, 49 anni, di Acquaviva, è morto da eroe.

È successo 6 anni fa, il 24 settembre del 2012. E le similitudini con l’incidente dell’altra notte a Torino fanno gelare il sangue: un treno che corre, un tir sui binari, e per il convoglio non c’è scampo. Anzi – spiegano gli esperti – è andata pure bene, oggi come allora: l’eventuale svio avrebbe potuto causare una strage. Quel giorno di fine estate tra Fasano e Ostuni, secondo la relazione degli ispettori ministeriali (tra loro anche un barese, Alessandro De Paola), Campanella «per limitare i danni dell’impatto si è attardato in cabina con un ulteriore azionamento della tromba per una durata pari a 1,5 secondi». Per questo il 2 giugno, festa della Repubblica, il prefetto di Brindisi, Valerio Valenti, consegnerà alla signora Agnese Catucci, vedova di Campanella, la medaglia d’oro al valor civile conferita dal presidente Mattarella.

Una tragedia, quella di Cisternino, che sembra non aver insegnato nulla. L’Eurostar non doveva fermarsi nella piccola stazione brindisina, protetta da un semaforo collegato a quel passaggio a livello. Le perizie (e le testimonianze raccolte a processo) hanno accertato che il camionista, Ionut Cociabab, all’epoca 26 anni, attraversò i binari nonostante le luci rosse avessero segnalato l’imminente chiusura del passaggio a livello: la distanza tra le sbarre (ben 24 metri) fece in modo che il tir potesse mettersi comodamente di traverso, consentendo alle barriere di chiudersi regolarmente e quindi sbloccando il semaforo del treno. Il camionista avrebbe dovuto a quel punto sfondare le barriere e uscire (sono progettate proprio per quello), invece scese dal tir, cominciò a gridare. E quando ci fu l’impatto, non si fece un graffio.

L’inchiesta tecnica si concluse accertando la responsabilità del camionista, ma anche il mancato avvio dei lavori per realizzare un cavalcaferrovia già previsto ma bloccato per i soliti problemi. Gli ispettori emanarono una serie di raccomandazioni a Rfi, tra le quali l’installazione di dispositivi «che consentano di verificare la libertà dell’attraversamento»: sensori che attivano la frenatura automatica del treno quando i binari sono occupati. Li hanno installati? Naturalmente no, perché metterli su ogni passaggio a livello costerebbe troppo.

Il gruppo Fs si è lavato la coscienza assumendo la figlia del ferroviere eroe. E in quanto al rumeno Cociabab, che su un vecchio camion con rimorchio trasportava tubi d’acciaio, venne arrestato il giorno stesso dell’incidente e liberato dopo quattro mesi dal Riesame. Al processo, dove è stato condannato a 4 anni per omicidio colposo e strage ferroviaria, Cociabab non si è mai presentato. Ha buone possibilità di non farsi un solo giorno di carcere.

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